LEGGE BILANCIO: DAMIANO, “CORREGGERE FILOSOFIA MALATA JOBS ACT”

(ANSA) – ROMA, 23 AGO – “Mentre si avvicina la legge di Bilancio, si precisano i contorni della manovra per incentivare il lavoro dei giovani. Le opzioni in campo sono ancora molte, ma l’importante è non ricadere negli errori commessi al tempo del Jobs Act”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera secondo il quale “correggere la filosofia malata del Jobs Act dovrebbe essere uno dei punti fondamentali della prossima legge di Bilancio”. Per Damiano sono due in particolare gli aspetti su cui intervenire: il primo riguarda la modalità degli incentivi, per i quali dovrebbe essere scelta la strada degli incentivi strutturali, il secondo aspetto riguarda i vincoli posti alle imprese. “Adesso ci si rende conto che aver reso senza tutele e a buon mercato il licenziamento può aver indotto alcune imprese a beneficiare degli sgravi fiscali, sostituendo i lavoratori anziani con quelli giovani perché meno costosi e dei quali ci si può anche liberare con più facilità esaurito il periodo degli incentivi”. (ANSA).


PENSIONI: DAMIANO, “MECCANISMO SI È INCEPPATO, PENSARE AL SOCIALE”

(9Colonne) Roma, 22 ago – “L’età pensionabile varia, come sappiamo, in relazione all’andamento dell’aspettativa di vita. Questo meccanismo, introdotto dal Governo Berlusconi e inasprito da quello di Monti, si è fin qui basato su un freddo calcolo demografico che dava per scontato che gli italiani sarebbero, insieme ai giapponesi, i più longevi della terra. Da qui l’idea, perversa, di far salire l’età della pensione indefinitamente, fino a superare la soglia dei 70 anni alla metà del secolo. Ma il meccanismo statistico si è inceppato e tornano a fare capolino alcune considerazioni sociali”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “L’allarme – prosegue – lo ha lanciato Gian Carlo Blangiardo, dell’Universita di Milano Bicocca, che ha messo in luce come, nel 2017, con una impennata della mortalità del +15% nei primi tre mesi, potremmo registrare per la seconda volta, dopo il 2015, un calo della speranza di vita. Il Governo, anziché opporre veti pregiudiziali ad aprire una discussione sul tema, come ha fatto Morando, farebbe bene a mettere in conto una revisione del meccanismo: già con il calo del 2015 non c’è spazio per un ulteriore aumento dell’età pensionabile di 5 mesi dal 2019”. “Se la Ragioneria ha fatto i conti senza l’oste – spiega Damiano – e non ha previsto l’adeguamento al basso, i conti vanno rifatti. Inoltre, sarebbe giusto che la politica passasse dall’aritmetica al sociale, considerato che l’aumento della mortalità potrebbe nascondere, secondo Blangiardo, una insufficiente protezione del sistema sanitario di cui fanno le spese i più deboli, a partire dagli anziani”. ” La crescita delle diseguaglianze ha aumentato il numero di coloro che rinunciano a curarsi. C’è di che riflettere nella prossima legge di Bilancio”, conclude.



DAMIANO (PD): GOVERNO NON CONTRAPPONGA IL LAVORO ALLA PREVIDENZA

Roma, 20 ago. (askanews) – “Un consiglio che vorremmo dare al Governo è quello di non mettere in contrapposizione gli interventi sul lavoro con quelli sulla previdenza, i giovani con gli anziani. Sarebbe una scelta perdente e miope in vista della prossima legge di Bilancio. Definire, al tavolo con i sindacati, il percorso a tappe della ‘pensione contributiva di garanzia’, significa pensare adesso a chi comincerà a lasciare il lavoro a partire, all’incirca, dal 2035: coloro che lavorano da vent’anni (dopo il fatidico spartiacque del 1996 che ha introdotto il sistema contributivo) e i giovani che devono ancora avere una occupazione”. L’ha dichiarato oggi Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “Sappiamo che si tratta di un intervento costoso – ha proseguito -nella nostra proposta di legge (Gnecchi-Damiano) si prevede in integrazione fino a circa 500 euro al mese per raggiungere l’obiettivo di una pensione di “dignità” (1.000 euro al mese?). Un intervento che comincerà a produrre i suoi effetti nei prossimi decenni: sappiamo che le scelte definitive ricadranno sulle prossime legislature”. “Però il Governo – ha spiegato DAMIANO – deve dare un segnale subito: ad esempio, cancellando la tagliola introdotta dal Governo Monti in base alla quale il diritto ad andare in pensione, a partire da 63 anni per i giovani con il sistema contributivo flessibile, è subordinato al conseguimento di un assegno pensionistico di almeno 2,8 volte quello minimo (cioè circa 1.300 euro mensili)”. “Un obiettivo non facile da raggiungere soprattutto per la generazione del lavoro discontinuo a bassa retribuzione. Un ostacolo crudele e stupido se è vero che la pensione interamente contributiva corrisponde a quello che si è versato. Altrimenti non ci porremmo il problema di integrare le pensioni troppo basse dei giovani al fine di raggiungere l’obiettivo di un livello dignitoso”, ha concluso.


LAVORO E PREVIDENZA NON SONO IN CONTRASTO PENSANDO AL FUTURO

Il Governo, dopo la chiusura iniziale sul tema delle pensioni, adesso sta diventando più morbido. Il primo consiglio che vorremmo dare all’Esecutivo è quello di evitare di mettere in contrapposizione gli interventi sul lavoro con quelli sulla previdenza, i giovani con gli anziani. Sarebbe una scelta perdente e miope in vista della prossima legge di Bilancio. Definire, al tavolo con i sindacati, i contenuti della “pensione contributiva di garanzia”, significa pensare da adesso a coloro che cominceranno a lasciare il lavoro a partire, all’incirca, dal 2035: si tratta di chi lavora da vent’anni (dopo il fatidico 1996 che ha introdotto il sistema contributivo) e dei giovani che devono ancora entrare nel mercato del lavoro. Sappiamo che si tratta di un intervento costoso: nella nostra proposta di legge (Gnecchi-Damiano) si prevede, in integrazione, fino a 500 euro al mese al fine di raggiungere l’obiettivo di una pensione di “dignità” (1.000 euro al mese?). Un intervento che comincerà a produrre i suoi effetti nei prossimi decenni: sappiamo che la scelta definitiva potrebbe ricadere sulle prossime legislature. Però non basta una petizione di principio: un segnale il Governo lo deve dare subito, ad esempio cancellando la regola introdotta dal Governo Monti in base alla quale il diritto ad andare  in pensione a 63 anni (pensione flessibile) per i giovani con il sistema contributivo è subordinato al conseguimento di un assegno pensionistico di almeno 2,8 volte quello minimo (cioè circa 1.400 euro mensili). Un obiettivo non facile da raggiungere soprattutto per la generazione del lavoro discontinuo a bassa retribuzione. Una tagliola crudele e stupida se è vero che la pensione contributiva restituisce quello che si è versato. Semmai gli assegni troppo bassi andrebbero integrati, come abbiamo detto sopra, al fine di raggiungere l’obiettivo di una pensione di “dignità” per i giovani, evitando il comodo rifugio nel lavoro nero (tanto la pensione non ce l’avrò mai).


Rassegna Stampa

Segnalo, dai giornali del 19 agosto, gli articoli di Rosaria Amato su La Repubblica, Elena Comelli su Quotidiano Nazionale e Lorenzo Vendemiale su Il Fatto Quotidiano.
 
“Furlan: non siamo i difensori degli anziani. No a scontro padri-figli”
“Taglio dei contributi per tre anni a chi assume gli under 32”
 
 
“Task force per le imprese in crisi: così ricollocheremo gli esuberi”
 
 
 
 
“I candidati me li scelgo io. Renzi avvisa la sinistra dem”