Il lavoro sfruttato, da Marcinelle a Foggia

Il parallelo può apparire scontato, ma non lo è. L’8 agosto del 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, un incendio uccise 262 lavoratori, 136 dei quali erano emigranti italiani.
Pochi giorni fa due incidenti stradali sono costati la vita a 16 immigranti in Italia. Vorrei attirare l’attenzione su un punto. Almeno 7 tra le vittime avevano un regolare permesso di soggiorno. Qui non si parla di clandestinità e i facili discorsi sulle “ruspe” e le “pacchie finite” sono fuori luogo. Qui si parla di lavoro sfruttato eludendo le leggi dello Stato, non ultima, quella contro il caporalato approvata nella scorsa legislatura. Il caporalato non è una forma di sfruttamento recente ma un fenomeno antico, che affliggeva quei braccianti italiani che, nel dopoguerra, si trasformarono in emigranti. Tra loro, le vittime di Marcinelle. Questo filo lega i destini tragici di allora e di oggi. Chi deve emigrare, spesso, deve accettare i lavori più duri nelle condizioni più disperate. Così era nel 1956, così è oggi. Quando guardiamo quegli immigrati che restano uccisi sulle nostre strade, nei nostri campi o in altri luoghi di lavoro, guardiamo ai nostri lavoratori di Marcinelle. Ci accorgeremo che li conosciamo tutti molto bene. Perché la natura del loro lavoro sfruttato è esattamente la stessa.