Accornero: l’analista illuminato dei cambiamenti del lavoro

Lunedì primo aprile si è svolto, a Torino, il convegno “Aris Acornero e le trasformazioni del lavoro. Rileggere un ricercatore militante” promosso da Fondazione Istituto Gramsci Piemontese, Fondazione Vera Nocentini, Istituto Salvemini, Ism e dai “Quaderni di Rassegna Sindacale”.
Questo è il contributo che ho elaborato per quell’appuntamento.

 
Aris AccorneroPosso definire Aris Accornero in un solo modo: un maestro. A lui ero legato, in primo luogo, da quell’impresa in cui ho mosso i miei primi passi nel lavoro: quella Riv di Torino che lo aveva licenziato nel 1957, per rappresaglia nei confronti della sua militanza politica e sindacale nel Partito Comunista e nella Cgil.
Soprattutto, per tanti di noi, formatisi nella Cgil degli anni Settanta, Accornero è stato un riferimento culturale fondamentale, per la sua straordinaria capacità di analisi che lo ha condotto, dal ruolo di operaio metalmeccanico, alla direzione dei “Quaderni di Rassegna Sindacale”, la rivista della Cgil, fino alla docenza in Sociologia Industriale presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Accornero è un faro per tutti coloro che si dedicano alla ricerca sul lavoro. Illuminato analista capace di cogliere ed interpretare i mutamenti in atto nella condizione lavorativa. Non a caso, la sua firma si trova in calce alla definizione della voce “Lavoro” dell’Enciclopedia Treccani. Fondamentali, per me, le riflessioni nel suo libro del 1997 “Era il secolo del Lavoro”.
Ho avuto l’onore di lavorare insieme a lui alla prima edizione della ricerca “Il lavoro che cambia”, svolta nel 2002 e pubblicata da Ediesse nel 2005. Nella premessa da lui scritta evidenziava come fosse in pieno svolgimento una grande trasformazione del lavoro, del suo mercato e del suo mondo, la terza nella storia del lavoro moderno. Una trasformazione iniziata sul finire del Novecento con il passaggio dal modello di produzione e di consumo fordista a quello post-fordista. Una trasformazione che “si vede”, scriveva, “ben oltre le fabbriche” e che coinvolgeva i mezzi, che già da allora richiedevano meno manualità e offrivano più tecnologia, i requisiti, i contenuti, le conoscenze, i percorsi, “più compositi ma anche più discontinui”. Anche su questo ultimo aspetto, quello dei percorsi discontinui, Aris ebbe la capacità di cogliere quella che sarebbe diventata una delle principali cause di insicurezza dei lavoratori evidenziando una tra le principali contraddizioni che caratterizza il mondo del lavoro attuale: un miglioramento nella qualità, soprattutto in termini di contenuti, ed un peggioramento delle tutele. E non solo è lungimirante nell’indicare i rischi ma lo è anche nel tracciarne i rimedi. “non basta, scriveva, intervenire sugli ammortizzatori sociali, cioè tamponare le falle. … Lo Stato deve garantire a tutti una continuità di cittadinanza del lavoro nella discontinuità dei tragitti lavorativi. Questo principio di cittadinanza deve dare a ogni tipo di impiego…una rete di protezione unica, leggera e uguale per tutti, tale da tenere insieme tanti soggetti e tanti tragitti di lavoro.” Insomma, un sistema di tutele universali. Un vero faro che illumina la rotta delle riforme necessarie per il mondo del lavoro di oggi e che ci indica da quali secche è necessario prendere le distanze se non vogliamo correre il rischio di arenarci.