LAVORO. DAMIANO: “NO INCENTIVI TRIENNALI MA STRUTTURALI”

(ANSA) – ROMA, 19 GIU – “Il lavoro dei giovani va incentivato, su questo siamo tutti d’accordo. È il modo di farlo che andrebbe discusso. Il Governo, nella prossima legge di Bilancio, non commetta l’errore già fatto con gli incentivi del Jobs Act. Bisogna dire basta alle incentivazioni a tempo, altissime il primo anno e poi decrescenti, fino a scomparire: l’effetto sull’occupazione, va in parallelo. Cresce fortemente il primo anno e poi precipita con la fine degli incentivi”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “La proposta che il Governo pare avere in mente, come hanno dichiarato Padoan e Poletti, di incentivare l’occupazione a tempo indeterminato per tre anni – prosegue – non va bene. Il taglio del cuneo fiscale deve essere anche più basso, ma strutturale: in questo modo si darebbero maggiori certezze alle imprese e stabilità al lavoro. In secondo luogo, va bloccata la Direttiva che stabilisce l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni a partire dal 2019”. “Sarebbe ridicolo incentivare le assunzioni dei figli e costringere i padri a prolungare la permanenza al lavoro di ben 5 mesi, rispetto agli attuali 66 anni e 7 mesi. Senza una accelerazione del turnover non si rimuoverà mai il ‘tappo’ generazionale che impedisce l’assunzione dei giovani”, conclude. (ANSA).


INTERROGAZIONE PARLAMENTARE A SOSTEGNO DEI LAVORATORI DE L’UNITÀ

Atto Camera


Interrogazione a risposta in commissione 5-11581
presentato da
DAMIANO Cesare
testo di
Giovedì 15 giugno 2017, seduta n. 814
DAMIANO, CAUSI, CICCHITTO, CUPERLO, GNECCHI, MARTELLI, POLVERINI, VERINI e ZAMPA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. — Per sapere – premesso che:
a seguito del mancato pagamento dello stampatore e della mancata corresponsione delle retribuzioni relative al mese di maggio 2017, da martedì 30 maggio il quotidiano l’Unità non è più in edicola;
alle ore 22,49 del 1o giugno 2017, l’amministratore delegato della società Unità s.r.l. ha comunicato alla Federazione nazionale della stampa, a Stampa romana e al comitato di redazione l’intenzione di incontrare le rappresentanze sindacali per illustrare la situazione del giornale e la decisione di interrompere volontariamente le pubblicazioni in attesa di un piano di ristrutturazione;
nei mesi precedenti l’azienda ha posto in essere gravi comportamenti lesivi dei diritti dei lavoratori, arrivando a chiedere alla rappresentanza sindacale, quale condizione per la regolarità dei pagamenti degli stipendi dovuti, di convincere ex dipendenti, a cui il giudice aveva riconosciuto risarcimenti per la mancata assunzione, a rinunciare al pignoramento dei conti correnti aziendali per mancato pagamento delle cifre riconosciute dal tribunale del lavoro –:
quali iniziative intendano adottare, per quanto di competenza, al fine di favorire il pieno ripristino delle condizioni di rispetto dei diritti dei lavoratori e delle norme che regolano il settore dell’editoria da parte della società che edita il quotidiano l’Unità; 
se non ritengano opportuno favorire l’apertura di un tavolo di confronto tra le parti, finalizzato a creare le condizioni per la salvaguardia del futuro del quotidiano l’Unità, nonché dei livelli occupazionali e delle professionalità ivi operanti, a tal fine vigilando sulla sostenibilità del piano industriale ed editoriale che accompagnerà la ristrutturazione e il rilancio del quotidiano; 
quali iniziative intendano intraprendere al fine di assicurare, entro i tempi più rapidi possibili, il pieno utilizzo degli ammortizzatori sociali previsti in tali situazioni per le lavoratrici e i lavoratori interessati dal suddetto piano industriale. (5-11581)


Rassegna Stampa

Segnalo, dai giornali del 18 giugno, l’intervista che ho rilasciato ad Aldo Fontanarosa su La Repubblica. E gli articoli di Stefania Piras su Il Messaggero e di Roberto Ciccarelli su Il Manifesto.
 
“Nessuno vuole toccare i diritti ma ora i Cobas vanno fermati”
“Mai più la maledizione del venerdì nero”
 
 

“Piazza anti voucher. Sinistra con la Cgil . E Pisapia benedice”
 
 
“A Delrio non piacciono gli scioperi dei trasporti: la legge va cambiata”
 
 
 
 


“PENSIONI: DAMIANO, GOVERNO CONVOCHI PARTI PER FASE 2”

(ANSA) – ROMA, 18 GIU – “La legge del Governo Berlusconi che ha istituito nel 2010 l’aggancio dell’età pensionabile all’andamento dell’aspettativa di vita, andrebbe abrogata. Di questo passo, nel 2050, per andare in pensione saranno necessari quasi 70 anni. Un’assurdità che contraddice le attuali scelte di anticipo pensionistico, a partire dall’Ape Sociale”. Lo afferma Cesare Damiano (Pd), presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “È ormai chiaro – prosegue – che essere diventati il Paese che manda i lavoratori in pensione addirittura più tardi della Germania, non è un vantaggio per nessuno. A pagare il prezzo di questa scelta sono soprattutto i giovani che non entrano nel mercato del lavoro anche grazie a un invalicabile ‘tappo’ generazionale. La legge prevede che entro la fine dell’anno – spiega Damiano – si emani un Decreto direttoriale: sarebbe opportuno che il Governo non procedesse in questa direzione e che convocasse il tavolo di confronto con i sindacati per affrontare la ‘fase 2’ del verbale sulla previdenza sottoscritto lo scorso settembre. In esso, tra l’altro, si e’ già previsto il blocco dell’aspettativa di vita per chi svolge lavori usuranti: norma che andrebbe estesa ad altre categorie di lavoratori”. “L’idea che tutti vadano in pensione alla stessa età, a prescindere dalla gravosità del lavoro svolto, è ormai superata. Una applicazione burocratica della norma sarebbe incomprensibile”, conclude. (ANSA).


PENSIONI: DAMIANO, “NORMA CHE INNALZA ETÀ VA ABROGATA”

(AGI) – Roma, 18 giu. – “La norma sull’aspettativa di vita che innalza periodicamente l’età della pensione, istituita dal governo Berlusconi nel 2010, andrebbe abrogata”. Lo afferma, interpellato dall’Agi, Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera, commentando l’ipotesi di un decreto direttoriale chiamato a innalzare entro la fine dell’anno l’età pensionabile a 67 anni. Secondo l’ex ministro del Lavoro, si prospetta “un controsenso”: l’ipotesi di intervenire per aumentare l’età pensionabile contraddice infatti “l’attuale scelta dell’anticipo della pensione, attraverso l’Ape sociale e con il miglioramento della norme per i lavoratori precoci”. L’innalzamento dell’età pensionabile è previsto da una legge del 2010, la 122, che convertiva il decreto 78/2010, durante il governo Berlusconi. La norma prevede che devono essere adeguati i requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita, con cadenza triennale. Il prossimo entrerebbe in vigore nel 2019 e porterebbe il tetto anagrafico dagli attuali 66 anni e 7 mesi a 67 anni. Tale innalzamento è condizionato alla verifica da parte dell’Istat dell’incremento dell’aspettativa di vita e che l’istituto di statistica non ha ancora ufficialmente prodotto. (AGI)



DAMIANO: “PRESENZA VOUCHER CONTRADDICE JOBS ACT”

Roma, 17 giu. (askanews) – “La manifestazione della Cgil, che ha visto una grande partecipazione di lavoratori e pensionati, ripropone il tema del lavoro e, soprattutto, della sua qualità e continuità. La questione dei voucher e delle attività occasionali, anche a causa dell’orientamento del Governo di non avviare un confronto preventivo con le parti sociali, mette in luce il persistere di scelte che contraddicono la centralità delle assunzioni a tempo indeterminato”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “In questo modo – prosegue – il Jobs Act, con i suoi incentivi-spot del 2015 a favore del contratto a tutele crescenti, è diventato una rondine che non ha fatto primavera. Emerge con forza, come ha sottolineato Susanna Camusso, il tema della certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali del lavoro e dell’impresa: andrebbe portata a termine, in questo fine legislatura, una legge di sostegno, già in discussione alla Commissione Lavoro della Camera, che recepisca l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria”. “Quell’intesa può essere migliorata recependo un criterio di certificazione della rappresentatività anche delle Organizzazioni delle imprese e fissando una soglia minima, sempre di rappresentatività, per poter proclamare gli scioperi nei servizi pubblici essenziali”, conclude.