LAVORO: DAMIANO, BENE POLETTI SU INCENTIVI STRUTTURALI

(ANSA) – ROMA, 1 AGO – “Sul tema del lavoro la legge di Bilancio, secondo quanto ha dichiarato Poletti, presenterà delle novità positive. La prima di queste riguarderebbe la decisione del Governo di sostenere l’occupazione giovanile attraverso la riduzione strutturale del costo del lavoro solo per chi assume con contratti a tempo indeterminato. È quanto noi chiedevamo, al fine di correggere l’errore commesso con il Jobs Act quando nel 2015 si adottarono incentivi-spot che hanno drogato il mercato del lavoro. Lo slogan ‘il lavoro stabile deve costare meno di quello flessibile’ è stato al centro delle politiche del Governo Prodi contenute nel Protocollo del 2007 firmato con le parti sociali. Siamo contenti che torni di attualità”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “Ci aspettiamo altre correzioni al Jobs Act – prosegue – per quanto riguarda la normativa sui licenziamenti collettivi e su quelli disciplinari. Oggi licenziare è troppo facile e poco costoso tant’è che ci troviamo, in casi come quello della Ericsson, di fronte a una multinazionale svedese che pratica in Italia licenziamenti collettivi, pur facendo utili, si rifiuta di sedersi a un tavolo di confronto con sindacati e Governo e di concedere la cassa integrazione ai lavoratori”. “Non è solo il caso di miopia e di avidità di una azienda, ma di regole che vanno cambiate per ristabilire un giusto equilibrio tra lavoratori e imprese”, conclude. (ANSA).


NOTA SUL SETTORE DELLE TELECOMUNICAZIONI IN ITALIA

Riceviamo da un gruppo di lavoratori del settore telecomunicazioni  e volentieri pubblichiamo

 

La Ericsson Italia Telecomunicazioni S.p.A, multinazionale svedese leader nel settore dell’innovazione tecnologica, presente in 180 paesi, da diversi anni, per (r)esistere nel settore globale delle telecomunicazioni e (ri)posizionarsi nel comparto ICT è in fase di “transformation”.

Questa trasformazione ha portato a diverse procedure di mobilità “volontaria” ( 2009:235 unità, 2010:250 unità, 2012:374 unità, 2013: 335 unità più una procedura di solidarietà, 2014: 116 unità, 2015:166 unità); circa un migliaio di esuberi strutturali di personale italiano dislocato nelle diverse sedi e trasversale alle divisioni aziendali.

L’ultimo “programma di riduzione” avviato lo scorso 14 marzo conta 315 lavoratori in esubero, di cui la parziale attuazione vede 182 lavoratori licenziati con email ricevuta circa alle 9 di sera del 21 luglio 2017.  L’azienda dichiara che la riduzione di personale nasce dalla necessità di adeguare l’organico ai volumi di business per restare competitivi e garantire profittabilità.

Entro settembre, immaginiamo quindi che darà seguito agli ulteriori licenziamenti.

In calce una nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali:

[…]1 A conclusione dell’incontro, la società ha ritenuto che per gli attuali esuberi dichiarati con la procedura di licenziamento collettivo non si possa trovare adeguata soluzione facendo ricorso agli ammortizzatori sociali previsti dalla legislazione vigente. Non si sono quindi prodotte le condizioni per istituire un tavolo di confronto tra le organizzazioni sindacali e l’azienda. […]

Queste dichiarazioni preludono a una presa di posizione forte dell’azienda che, come si evince da alcuni comunicati interni, proseguirà sulla strada dei licenziamenti anche nel 2018 per garantirsi competitività in un mercato che è sempre più aggressivo seppur l’azienda, oggi, ancora non abbia dichiarato di vivere una crisi economica.

È già, perché oggi la competitività passa attraverso la delocalizzazione di attività produttive e professionali in paesi esteri come Romania, India, Cina; il cui costo del lavoro è inferiore; la competitività passa attraverso gli sgravi fiscali introdotti dalla regolamentazione del Jobs Act in luogo delle garanzie per i lavoratori più “anziani” (età media in Ericsson Italia circa 47 anni): la ricchezza sana di un’azienda e di un Paese soprattutto, non ci crea dividendo generazioni e riducendo i diritti; semmai questi, nell’era della globalizzazione, andrebbero estesi anziché diminuiti.

La competizione, invece, oggi passa attraverso l’ingresso di società straniere nel “mercato libero” del quale dimenticano le regole, ammesso che in realtà esistano!

Nello specifico settore delle telecomunicazioni in Italia parliamo della società privata Huawei Technologies e della ZTE Corporation che negli ultimi anni si sono aggiudicate importanti commesse nel settore e come incipit, informiamo, per chi fosse interessato, che le condizioni di lavoro in queste moderne aziende sono paragonabili al peggiore sfruttamento.

Molto probabile, date le attuali commesse perse, che nelle intenzioni della Ericsson Italia possa palesarsi all’orizzonte una nuova procedura di licenziamento per molti altri lavoratori. Il dramma nel dramma è che Ericsson Italia è solo la punta di un iceberg,

nei prossimi anni potremmo assistere alla sofferenza e al riassetto dell’intero settore italiano delle telecomunicazioni che potrebbe portare alla perdita di moltissimi posti di lavoro.

Parliamo degli esuberi dichiarati da Telecom Italia, WIND│3, British Telecom e degli effetti che la contrazione/difficoltà di business potrebbe avere sull’intero indotto delle società satellite del settore (ADS Assembly Data System SpA, GBC Technology Service per citarne alcune). E non dimentichiamo l’arrivo del nuovo quarto operatore telefonico Free Mobile (operatore francese di proprietà di Iliad) che occuperà il posto lasciato libero dalla fusione tra Wind e 3 Italia e la cui politica delle tariffe sarà estremamente aggressiva.

Parliamo del fatto che le telecomunicazioni, nella loro globalità, (ICT, radio, media, internet) sono un asset strategico per qualunque paese, ed in Italia, molte proprietà sono estere: francese Vivendi SA, cinese Hutchison Whampoa Limited, russa Vimpelcom. Questo, purtroppo, è parte di un più ampio e generale processo di impoverimento economico e strutturale a cui ormai si assiste impassibili.

Potenzialmente sarebbero migliaia gli esuberi dell’intero settore che impiega professionalità alte e che il mercato, in Italia, non è in grado di assorbire, (ri)collocare, (ri)qualificare senza un intervento ed una attenzione seria delle istituzioni che sia volta a trovare soluzioni per armonizzare un processo che deve equilibrare il posizionamento delle aziende private sul mercato (profitti, dividendi, bilanci positivi) senza che questo si traduca nel sacrificare “persone”.

Sì, perché siamo persone prima di essere lavoratori, prima di essere il dipendente “x”, la matricola “n°”, la posizione INAIL “y” o la “risorsa”.

Ci dimentichiamo che sono le persone che lavorano in questo paese a pagare le tasse, ci dimentichiamo che le persone hanno una famiglia, dei figli che studiano, delle spese mediche da sostenere, il mutuo, e la lista potrebbe essere infinita.

Ci si dimentica che le nuove società cinesi che vengono ad investire in Italia con il plauso delle istituzioni e che millantano assunzioni, investimenti, prospettive professionali per gli italiani, che dichiarano di volersi adoperare per collaborazioni con le nostre università, in realtà hanno una propria interpretazione dei contratti collettivi del nostro paese (o per meglio dire li ignorano), in realtà offrono opportunità lavorative di bassissima qualità, prive di ogni sorta di rispetto per le persone.

Che futuro ci attende? Stiamo importando in Italia il sistematico sfruttamento tipico dell’organizzazione d’oltreoceano e lo stiamo spacciando come regola del mercato libero.

O si recupera e si comprende davvero la dimensione sociale del lavoro o saremo “tutti”, nel medio-lungo periodo, destinati a doverci confrontare con “la lettera di licenziamento” annessi e connessi, con stipendi a ribasso e con tutele inesistenti.
 
1. Prot. 28 / 0011934 / 2.225. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.



LAVORO: DAMIANO, “ANDAMENTO ALTALENANTE, JOBS ACT VA CORRETTO”

(ANSA) ROMA, 31 LUG – “I dati dell’ISTAT confermano l’andamento altalenante della occupazione: il recupero di giugno (+23.000) compensa parzialmente il calo del mese precedente (-53.000). Confermiamo il fatto che una lettura attendibile delle statistiche ha bisogno di un periodo medio-lungo. Altrimenti si corre il rischio dell’effetto ‘doccia scozzese’ con una lettura dei dati opportunistica: il mese nel quale l’occupazione cala, brinda l’opposizione; quando cresce, esulta il Governo”. Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “A giugno – prosegue – le cose migliorano con un risicato +0,1% della stima degli occupati, ma quello che ci interessa è una lettura qualitativa dei dati. In essa si evidenzia il fatto che crescono i contratti a termine e rimangono stabili quelli a tempo indeterminato. È evidente che il meccanismo del Jobs Act non ha funzionato e va corretto”. “Per fortuna il viceministro Morando ha annunciato che nella prossima legge di Bilancio saranno stanziate risorse per incentivare stabilmente l’occupazione dei giovani: finalmente si dice basta agli incentivi a spot che drogano il mercato del lavoro, come e’ stato fatto nel 2015 con il Jobs Act”, conclude. (ANSA).




CONTRIBUTO DI SOLIDARIETÀ SÌ, RICALCOLO NO

Sono passati pochi giorni dall’approvazione alla Camera della proposta di legge Richetti sui vitalizi che, puntuale come un orologio svizzero, comincia il dibattito sulla necessità di tagliare nuovamente le pensioni anche ai lavoratori attraverso un ricalcolo retroattivo delle pensioni retributive in essere. Lo avevamo previsto. Basta leggere l’articolo di Marco Ruffolo sulla Repubblica di oggi. Perché mi sono opposto alla legge Richetti e non l’ho votata? Perché non voglio tagliare i vitalizi? Al contrario, sono proprio d’accordo su una loro ulteriore riduzione. Sostengo semplicemente che si potevano adottare altre soluzioni meno pericolose. Ho approvato nel 2011 l’introduzione del contributivo pro rata per i parlamentari (che è stato successivamente esteso a tutti i lavoratori dalla legge Fornero), che di fatto i vitalizi li ha superati, e ho firmato la proposta di legge Giacobbe che metteva un tetto di 5.000 euro mensili al totale di pensioni e vitalizi (regionali, nazionali ed europei). La mia contrarietà sta nella scelta del metodo adottato, quello del ricalcolo pregresso dei contributi. A parte il rischio di incostituzionalità, il provvedimento apre il varco, come si è visto, alla possibilità di estenderlo anche ai lavoratori dipendenti e autonomi. Nell’articolo Marco Ruffolo dice: “…per intere generazioni di pensionati dai 60 anni, …a differenza di quanto potrà accadere tra poco agli ex parlamentari, le regole più rigide introdotte nel 1996 non vengono applicate retroattivamente. Almeno finora”. Le ultime due parole siano di monito a quanti hanno spergiurato che il problema non si sarebbe mai posto. L’articolo fa anche degli esempi e allega delle tabelle: per le pensioni fino a 1.500 euro lordi mensili, quelle che ci interessano di più perché includono gli operai e gli impiegati di qualifica medio-bassa, il ricalcolo contributivo comporrebbe un taglio di circa il 24%, poco più di 300 euro al mese. Sarebbe una bella botta per milioni di pensionati che arrivano ai 1.200 euro netti. Ruffolo ripropone il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte affermando che, quando fu proposto, qualcuno gridò allo scandalo. Chi? Non certo noi, perché la misura è stata introdotta dal Governo Letta nella Finanziaria del 2014 per il triennio 2014-2016 (la Corte si è dichiarata contraria a un intervento strutturale). Noi siamo per riproporlo, ma con una nuova formula, al fine di aggirare le obiezioni costituzionali. Il prelievo di Letta era del 6%, del 12% e del 18%, applicato alla parte eccedente agli importi pensionistici superiori, rispettivamente, di 14, 20 e 30 volte il trattamento minimo INPS: stiamo parlando di importi annui dai 90.000 euro lordi in su. Contributo di solidarietà sì, ricalcolo no. Pensiamo di avere espresso chiaramente il nostro punto di vista.