Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Adalberto Minucci all’inizio degli anni settanta. Io ero un giovane funzionario della Fiom, lui un importante dirigente del PCI di Torino. Adalberto era toscano e si era trasferito nel capoluogo piemontese nel 1955, dopo la sconfitta della Fiom alle elezioni di Commissione interna alla Fiat. Lui, da giornalista e da politico dette un prezioso contributo alla comprensione della nuova realtà di fabbrica ed a capire le ragioni di quella sconfitta, senza inutili giustificazionismi. Le sue inchieste tra i lavoratori della Fiat furono preziose per percepire ed analizzare le trasformazioni del mondo produttivo e con esse i nuovi compiti di un movimento sindacale che, dopo quindici anni da quella sconfitta e da quella divisione, avrebbe ritrovato la strada dell’unità. Nel corso della sua carriera giornalistica Adalberto ha diretto, per vari anni, la redazione piemontese de L’Unità ed è stato il responsabile del PCI torinese dagli anni ’50 fino agli anni ’80, nei quali assunse la responsabilità della segreteria regionale del partito. Componente della direzione nazionale del PCI per vent’anni, è stato direttore di Rinascita e parlamentare e ha fatto parte della segreteria del partito guidata da Enrico Berlinguer, alla cui lezione morale e politica è rimasto legato per tutta la vita. Minucci era un intellettuale legato alla classe operaia. Alcuni dei suoi libri testimoniano il suo enorme interesse per i temi del mondo del lavoro, della crisi del socialismo reale e dell’ultimo capitalismo. Ricordiamo un libro sulla Fiat, “Il grattacielo nel deserto, scritto nel 1960, e la sua Relazione introduttiva tenuta a Torino in un famoso convegno dell’Istituto Gramsci del 1973, dedicata al tema “Scienza e organizzazione del Lavoro”. E’ stato un dirigente politico non dogmatico, dialettico, disponibile al confronto e al dialogo. Di rara umanità. Ha vissuto la militanza politica con passione, senza interessi personali, senza conformismo e con grande modestia. In anni recenti ha voluto dedicare i frutti della sua esperienza alla sua gente, ricoprendo il ruolo di sindaco di Orbetello. La sua coerenza politica non è mai venuta meno. Non la ostentava, ma non era pentito e orgogliosamente ha sempre rivendicato la sua storia di uomo di sinistra. In tempi di cattiva politica e di opportunismo Adalberto ha rappresentato per tutti noi un compagno, un amico, un maestro da non dimenticare. Ha continuato a studiare e scrivere fino all’ultimo, quando una grave malattia ce lo ha portato via. Vogliamo essere vicini alla sua famiglia con la nostra stima e la nostra riconoscenza.





