Non bisogna sottoporre i lavoratori e i pensionati a continue docce fredde. Quando si parla di previdenza bisogna misurare le parole, perché altrimenti si possono creare delle onde d’urto imprevedibili che incidono pesantemente sul comportamento dei lavoratori e possono seminare ulteriore incertezza. L’accorpamento dell’INPDAP all’INPS ha creato un problema di disavanzo contabile: secondo il ministro Saccomanni si tratta di un questione soltanto di carattere “tecnico” e tale deve rimanere. Se lo Stato non ha versato i contributi previdenziali ai suoi dipendenti nella logica di una partita di giro finanziaria, adesso che gli Enti si sono unificati, si comporti in modo adeguato se non si vuole contribuire a creare allarme su un argomento di alta rilevanza sociale. Sarebbe paradossale che qualcuno utilizzasse questa polemica infondata per mettere nuovamente le mani nelle tasche dei pensionati a danno dei quali, con la “riforma” Fornero, si è operata la più colossale redistribuzione di risorse mai avvenute: tra il 2020 e il 2060 verranno risparmiati dal sistema pensionistico oltre 300 miliari di euro, pari al 15% del totale del debito pubblico italiano. C’è anche chi, in questi giorni, pensa che sia giusto colpire chi è andato il pensione con il sistema retributivo: stiamo forse parlando di quegli operai che dopo 40 anni di lavoro e di contributi versati percepiscono pensioni “d’oro” da 1.100-1.200 euro netti mensili? Vogliamo anche ricordare che le pensioni fino a 1.443 euro lordi mensili, escluso il rateo della tredicesima, sono 11 milioni 291 mila pari al 68,3% del totale: di che cosa stiamo parlando? Chi avanza la proposta di toccare le pensioni soltanto perché calcolate con il sistema retributivo dovrebbe dunque vergognarsi. Concentriamoci invece, come si sta facendo nella legge di Stabilità, su un contributo di solidarietà a carico delle pensioni autenticamente d’oro che devono, queste sì partecipare al risanamento dei conti per aiutare il Paese ad uscire dalla crisi.





