Il 27 gennaio del 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz. Molti anni più tardi, il primo novembre 2005, l’Assemblea Generale dell’Onu scelse quella data come giorno per la commemorazione internazionale delle vittime dello stermino: sei milioni di ebrei e, insieme a loro, i componenti di altri gruppi etnici, a partire dai rom, religiosi e altri “indesiderabili” come gli omosessuali, i malati e tutti coloro che i nazisti consideravano sub-umani.
Come legislatore intendo ricordare una cosa precisa: ben prima della messa in moto della macchina dello sterminio, il Regno d’Italia divenne uno degli unici due Paesi in tutto il mondo, insieme alla Germania, ad adottare, negli anni 30 del XX Secolo, una legislazione apertamente razzista: il Regio decreto-legge n. 1728 del 17 novembre 1938 sulla “difesa della razza italiana” seguito, poi, da altre norme integrative.
Oggi non è il giorno in cui la memoria delle vittime viene a bussare in modo rituale alle nostre coscienze. Altrimenti, diciamocelo francamente, questo 27 gennaio servirebbe a poco. L’azione zelante che compirono il Regno d’Italia, prima, la Repubblica Sociale poi, i legislatori fascisti, gli italiani complici e indifferenti i cui crimini vengono spesso celati dietro le imprese dei coraggiosi che si opposero attraverso la Resistenza, deve essere ed è, per me, come parlamentare di oggi, il centro del ricordo rispetto a questa vicenda. Chi ha la responsabilità di progettare e scrivere le leggi, oggi, nella democrazia scaturita dalla fine di quella oscurità, ha il dovere di ricordare con precisione cosa fece il legislatore di allora.
Per non dimenticare. Per non commettere nuovi errori dimenticando il valore essenziale della libertà e della democrazia, della uguaglianza e della dignità delle persone.





