Questo il testo dell’articolo che ho pubblicato, oggi, su L’Unità.
Non giriamoci intorno. Mentre scrivo queste righe, scorrono convulse le ore che ci separano dall’Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Un’Assemblea in cui si teme possa consumarsi una scissione. Se dovesse accadere, sarebbe una cosa sbagliata. Guardiamo lo scenario che abbiamo davanti. Fenomeni che denunciamo da tempo come la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia hanno moltiplicato le diseguaglianze. Oggi, le nostre società sono sempre più polarizzate tra un numero in costante discesa di garantiti e una quantità in crescita esponenziale di esclusi, i quali sentono sempre più la democrazia, così come la conosciamo, come un privilegio superfluo. Il sovranismo e il protezionismo concedono l’illusione di una possibile riconquista del terreno perduto ai tanti che condividono l’angoscia dell’esclusione. E una contrazione della democrazia comincia ad apparire come sopportabile alla classe media in declino. Donald Trump, Marine Le Pen, Viktor Orbán sono alcuni degli alfieri di un mondo nuovo e pauroso che ha anche in Italia una varietà di portabandiera.
Di fronte a tutto ciò, il dilaniarsi del Partito Democratico per proprie dinamiche interne è incomprensibile. Non ho mai nascosto i miei motivi di dissenso nei confronti di Matteo Renzi. Oggi, io credo che correre alle elezioni prima di aver posto rimedio ad alcune delle ragioni che provocano l’esclusione sociale di tanti, sia sbagliato.
Le elezioni non sono né l’inizio né la fine della democrazia; Matteo Renzi non è l’inizio né la fine del Partito Democratico. Una cosa che abbiamo imparato da Matteo Renzi è che il Partito Democratico è contendibile. In tanti abbiamo chiesto un nuovo Congresso. Se il Congresso arriva, abbandonare il Partito proprio nel momento in cui ci si può impegnare per far nascere una vera discussione è una scelta incomprensibile. La maggior parte delle democratiche e dei democratici (così come degli italiani) vedrebbero nella scissione solo una separazione tra dirigenti e non una divaricazione tra cataloghi di valori. Un Congresso si può vincere o perdere, ma non partecipare significa abbandonare la partita contro la montante nuova destra.
Dobbiamo, invece, tutti insieme impegnarci per rafforzare l’intervento del Governo e del PD sulle questioni economiche e sociali. Solo a mo’ d’esempio, indico i temi sociali principali e più urgenti del nostro impegno, a partire da una battaglia in Europa per una politica economica orientata allo sviluppo e alla occupazione:
la stipula del Contratto dei lavoratori della Pubblica Amministrazione; la regolazione e restrizione dell’uso dei voucher solo per le prestazioni occasionali e accessorie e la reintroduzione della responsabilità solidale nella filiera degli appalti; l’approvazione delle norme sul lavoro autonomo e sul contrasto alla povertà; la proroga degli incentivi alla ricollocazione, per dare una risposta ai 180.000 lavoratori posti in mobilità e il ripristino degli sgravi per l’assunzione dei lavoratori in Naspi.
Ritengo, inoltre, che sia opportuno lavorare ad una legge elettorale omogenea per le due Camere, che realizzi un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. L’urgenza di questi problemi richiede un forte impegno del Governo fino alla conclusione della legislatura.
Il Congresso si svolga nei tempi e nei modi necessari per coinvolgere gli iscritti, i simpatizzanti e gli elettori del PD. Vedo bene inoltre una conferenza programmatica preliminare al Congresso.
Adeguate politiche per il lavoro e l’inclusione sociale sono oggi indispensabili per recuperare un rapporto positivo con larghi strati di cittadini, che hanno manifestato malessere e sfiducia nei confronti delle Istituzioni.





