IL RICORDO DI BORSELLINO E IL PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE

La condivisione della Memoria sembra essere uno dei problemi che affliggono la vita civile del nostro Paese. Ho scritto il sostantivo Memoria con la maiuscola intendendo quei riferimenti storici che dovrebbero fare da piattaforma a valori, per l’appunto condivisi. Quelli universali, quelli non discutibili.
Eppure. Eppure, quella che dovrebbe essere certezza diventa ombra, dubbio, conflitto. Ricordando, oggi, davanti al Plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, la strage di via D’Amelio – il massacro del procuratore Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta – il Presidente Mattarella ha detto “Ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato”.
Questa è una faccia di un problema più vasto. Problema di cui ci parlano atti come gli sfregi ai monumenti a Giovanni Falcone e Rosario Livatino. O il conflitto politico nato intorno all’intitolazione del parco comunale di Latina – chiamato da alcuni “parco Mussolini” – agli stessi Falcone e Borsellino. Se il crimine organizzato muta, prospera – come spiegano inchieste come quella di Roma raccontata, giorni fa, da Roberto Saviano su La Repubblica – è anche perché questa forma di delinquenza non è considerata, nella mente di ogni cittadino, come una forza di sovversione, un nemico mortale di tutti e non della sola legge, come se essa non appartenesse ad ognuno di noi. Ogni volta in cui la Memoria deve manifestarsi nella vita civile della Nazione, emerge qualche divisione, che sia la mafia o la Liberazione dal fascismo o qualsiasi pietra miliare della nostra storia.
Io credo che il problema sia chiaramente determinabile: come Paese, non abbiamo lavorato, con la necessaria risolutezza, alla creazione di quel patriottismo costituzionale che è il vero collante di ogni autentica democrazia. Nelle nostre scuole, le nuove generazioni di cittadini non vengono cresciute a pane e Costituzione, così come dovrebbe, invece, essere. Gli italiani non condividono più un catalogo di valori fondamentali che stabiliscano limiti invalicabili. Oggi, nelle more della crisi, il discorso pubblico è soverchiato dal populismo, dalla rabbia che si muta in violenza perché c’è un vuoto di valori in cui tutti si possano riconoscere e dei limiti che tutti rifiutino di superare. E questo, ben aldilà dei tanti problemi di amministrazione della cosa pubblica. Questo è il problema. A esso dovremmo rivolgere il pensiero mentre consideriamo, ancora una volta, la perdita di tanti, preziosi, servitori dello Stato.