Decreto dignità: il mio intervento alla Direzione PD del 23 luglio

Ecco la trascrizione di quanto ho detto, nel mio intervento, alla Direzione Nazionale del Partito Democratico che si è svolta il 23 luglio.
 
Sono d’accordo su un punto di partenza: noi dobbiamo sfidare di Maio. Io sarei contrario ad un atteggiamento che, contro l’ideologia del Governo, oppone la nostra ideologia. Io sono per entrare nel merito e dico subito, cosa che mi avete sentito ripetere ed avete letto, che quando Di Maio afferma che il Decreto Dignità è la “Waterloo del precariato”, siamo di fronte a una bufala politica, a una affermazione insensata e senza fondamenti, che noi dobbiamo smontare perché non si attacca la precarietà prendendo a bersaglio il contratto a termine e il lavoro interinale che sono le due forme più regolate contrattualmente che esistano nel mercato del lavoro.

Le forme di precarietà sono altre, sono il lavoro nero, il dumping sociale, le associazioni fantasma che stipulano contratti al ribasso e potrei continuare; aggiungo, anche perché l’ho detto dall’inizio, che Di Maio ha attaccato un punto: se si equipara il lavoro interinale al contratto a temine, vuol dire che non si sa di cosa si parla; perché chi stipula un contratto di somministrazione sa perfettamente che il costo è de l 30% superiore a un contratto a termine, e quindi, non possiamo immaginare per quel contratto di apporre causali o restrizioni che posso essere apposte ad un contratto a termine. Quindi lì dentro ci sono delle gravi incongruenze, che noi dobbiamo snidare evitando, a nostra volta, di fare degli errori. Qual è il punto? Io sono totalmente d’accordo, l’ho fatto quando ero ministro, lo abbiamo sostenuto con l’ultimo Governo quando c’era Gentiloni, il punto chiave, che dobbiamo affermare con forza è far costare meno il lavoro stabile ed incentivare, come ha detto Maurizio, il passaggio dal contratto a termine a al lavoro a tempo indeterminato, mettendo le risorse adeguate; l’ha fatto Prodi nel 2007; lo abbiamo fatto col Jobs Act, secondo me sbagliando con gli incentivi a spinta. Nel Jobs Act lo abbiamo già superato in qualche modo sugli incentivi perché il Governo Gentiloni finalmente è andato sulla strada di una diminuzione strutturale del costo del lavoro, che adesso stiamo ribadendo. Quindi, quello è il punto chiave di contestazione a questo decreto e abbiamo fatto bene – li abbiamo suggeriti noi stessi, come minoranza abbiamo dato una mano a fare gli emendamenti, li abbiamo scritti in quel senso – a dire che noi vogliamo che in questo decreto ci sia un passo oltre, che fa un primo assaggio di sconto fiscale alle assunzioni a tempo indeterminato.

Seconda questione. Io credo che noi non dobbiamo bearci del fatto che abbiamo fatto sempre tutto giusto. Io utilizzo per comodità una bella intervista che ha fatto Tommaso Nannicini, con il quale sono stato sempre d’accordo sulla previdenza e sempre in disaccordo sul mercato del lavoro, quando in questa intervista al Corriere Nazionale On Line dice “Abbiamo fatto interventi che stridevano, troppe cose facevano fatica a stare tra loro. Fa tre esempi: un risultato importante fatto dai nostri Governi, Il recupero dell’evasione fiscale. Poi abbiamo alzato il limite del contante. Nessuno ci ha capito”. La seconda cosa che dice Nannicini: “L’inclusione sociale, la misura universale. Poi abbiamo tolto le tasse sulla prima casa. Nessuno ci ha capito. Sul Josb act, per mettere al centro il tempo indeterminato e dare nuove tutele abbiamo fatto un’azione positiva, ma abbiamo anche liberalizzato il tempo determinato. Nessuno ci ha capito”.

Quindi una parte di quelle cose che sono contenute nel decreto noi non dobbiamo demonizzarle. Io ve lo dico: io sono favorevole al ripristino delle causali, mi sembra giusto; ma sono al tempo stesso favorevole, l’ho suggerito, ad un emendamento che dica, come abbiamo fatto nel 2007 quando abbiamo affrontato lo stesso problema, che le causali scattano dal momento in cui c’è la conversione in legge di questo decreto, cioè per i nuovi contratti. Io credo che questa sia la strada.

Concludo su un punto che mi sta particolarmente a cuore, sul tema dei licenziamenti. Sapete come la penso. Io penso che il Jobs Act abbia commesso un errore sui licenziamenti; non mi si venga a dire che noi tuteliamo il licenziamento discriminatorio, ma ci mancherebbe: ti licenzio perché sei nero, ti licenzio perché sei cristiano, ti licenzio perché sei eterosessuale, ma ci mancherebbe. Anche se lo facessimo per legge ci pensa la Costituzione; oppure se non tutelassimo i licenziamenti per motivi disciplinari. Stiamo parlando dei licenziamenti individuali illegittimi, non di quello che timbra in mutande, non di quello che passa il badge di 42 colleghi; di quello che si comporta bene e viene licenziato illegittimamente; ma non c’è niente da fare perché il licenziamento scatta. Mettiamoci d’accordo, vogliamo l’innalzamento delle tutele? Più mensilità di risarcimento di fronte a questo comportamento sbagliato a svantaggio del lavoratore? Allora non possiamo fare un emendamento che dice: “noi siamo contro il fatto che il Governo alza da 4 a 6 e da 24 a 36 le mensilità, poi fare un secondo emendamento che dice siamo favorevoli alle 36 mensilità e poi un terzo emendamento che dice siamo favorevoli in sede conciliativa ad aumentare le mensilità”. Delle due l’una. Se siamo favorevoli, mi domando: ma perché abbiamo fatto un emendamento che dice il contrario? Si volevano alzare? Si faceva un solo emendamento, non due, perché la prassi delle commissioni parlamentari lo sapete (come si finisce, ndr). Andiamo per paradosso. L’emendamento madre che dice “non si alzano”, se dovesse passare – so che non passa – eliminerebbe l’altro emendamento che alza le mensilità. Qualcuno mi dice: “ma tanto non passa”; ma se non passa perché l’abbiamo scritto facendoci infilzare in questo modo, apparendo come quelli che sono contrari a dare più mensilità ai lavoratori licenziati in modo illegittimo.

Io credo che si tratti di fare una cosa molto semplice: troviamo la formula, superiamo quell’emendamento; accantoniamo quell’emendamento; ritiriamo quell’emendamento; facciamolo assorbire da quell’emendamento che alza, lo che non ci sono le mensilità da 4 a 6 come a me piacerebbe. Non venitemi a raccontare che, se noi aumentiamo le mensilità per i licenziamenti brevi, il datore di lavoro è disincentivato. “Ti assumo sapendo che ti voglio licenziare perché ti pago poco?” Non è la nostra cultura, non è la nostra cultura. E l’indagine IPSOS di oggi ha detto che il 71% dei cittadini-elettori, compresi quelli del PD, sono favorevoli all’innalzamento dell’indennità di licenziamento e che il 73% dei cittadini-elettori, compresi quelli del PD, vorrebbe cambiare, barra, cancellare il Jobs Act. Quindi non dobbiamo farci affascinare da simboli intoccabili. Il Jobs Act ha i suoi difetti e dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo e di fare le correzioni. E soprattutto diciamolo anche noi che vogliamo superare la Legge Fornero; superare e non cancellare perché lo abbiamo già fatto nella scorsa Legislatura e dobbiamo rivendicarlo. Perché l’Ape Sociale e volontaria è figlia nostra, le otto salvaguardie sono figlie nostre. In sostanza, se vogliamo battere il populismo, facciamo politiche popolari.