Secondo i dati emersi dal numero odierno di ‘Repubblica’, i giovani con un lavoro avranno a fine carriera una pensione che potrebbe variare dal 50 al 77% dell’ultima retribuzione. Questa decurtazione potrebbe derivare dal persistere di lunghi periodi di precarieta’ nel corso della carriere lavorativa, a causa di contratti a progetto o a tempo determinato, e il risultato minimo e massimo dipendera’ dall’eta’ di uscita verso la pensione (60 o 65 anni).Questi dati non tengono ovviamente conto di un peggioramento che potrebbe derivare da periodi di lavoro nero, che pure interessano una quota crescente di mercato del lavoro. Non e’ un caso che il protocollo del 23 luglio 2007, stipulato al tempo del governo Prodi, abbia previsto, accanto alla rideterminazione dei coefficienti di trasformazione utili per calcolare la pensione, anche l’esigenza di individuare meccanismi di tutela delle pensioni piu’ basse e di solidarieta’ e garanzia per portare il tasso di sostruzione ad un livello non inferiore al 60%. E’ dall’applicazione integrale di quel protocollo che bisogna ripartire se si vuole dare una giusta prospettiva pensionistica alle giovani generazioni





