Noi siamo sempre stati favorevoli alla semplificazione delle normative sul lavoro ma non alla deregolazione dei diritti. Se Sacconi, in sintonia con Renzi, pensa che semplificare voglia dire ridurre tutto il diritto del lavoro a 60-70 regolette, non siamo d’accordo perché si tratta dell’ennesimo slogan privo di contenuti e di realizzabilità. Del resto a proposito di questa idea avanzata da Renzi, Tiziano Treu sul Messaggero del 31 ottobre scorso dichiarava che:”Nell’opera di semplificazione, bisogna stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca. Una cosa è eliminare e sfoltire le procedure, un’altra è cancellare le norme essenziali”. Mentre Sacconi aggiungeva come: “La vera semplificazione in entrata e in uscita dei rapporti di lavoro significa cambiamenti sostanziali delle rigidità ideologiche, a partire dalla cancellazione della legge Fornero. Si possono fare testi unici con pochi articoli lunghi come lenzuoli”. In sostanza come si evince da queste dichiarazioni, la parola semplificazione in sè non vuol dire nulla e può essere semplicemente l’ennesimo specchietto per le allodole. Se poi dietro a questa parola si nasconde l’idea di rendere liberi i licenziamenti eliminando l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, come ha sostenuto il “guru” di Renzi Yoram Gutgeld e di far passare il principio caro a Sacconi della derogabilità a livello aziendale dei contratti nazionali e delle legge, ci opporremmo con forza. Il motivo è semplice: perché si tratterebbe di un nuovo colpo ai diritti dei lavoratori ed un sostegno ad una logica perversa di dumping sociale, con la conseguente corsa verso il basso dei salari e delle tutele.






