Job Act: centrale la lotta alla precarietà con art. 18

Se vogliamo intervenire sulle regole del mercato del lavoro dobbiamo continuare a mantenere come centrale la lotta alla precarietà. Il punto di partenza è disboscare le modalità flessibili di impiego, come fece il Governo Prodi nel 2007, favorendo l’aumento della quota di lavoro a tempo indeterminato nelle nuove assunzioni di quegli anni. La legge 30 del centrodestra, detta legge Biagi, ha sicuramente ampliato a dismisura le forme di impiego flessibili, aumentando invece la precarietà. Oggi il peso dell’incertezza e della discontinuità del lavoro pesa quasi interamente sulle spalle delle giovani generazioni. A questa situazione va posto rimedio favorendo la crescita del Paese e l’inserimento incentivato dei giovani nel mercato del lavoro. Se il Job Act di Renzi andrà in questa direzione lo apprezzeremo: vedremo quale sarà il passaggio dai titoli ai contenuti di merito. Abbiamo già ribadito, in varie occasioni, che il contratto di inserimento proposto dal segretario del PD dovrà prevedere, dopo il periodo di prova, la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non in forma parziale, riconducibile ai soli licenziamenti discriminatori, ma totale ed inclusiva dei licenziamenti per motivi economici. Per quanto riguarda il modello di contrattazione, non richiamato nel Job Act, noi vogliamo ribadire la nostra netta contrarietà a spostarne il baricentro verso la contrattazione aziendale, perché pensiamo che essa debba stare in equilibrio con il contratto nazionale. Semmai si tratta di specializzare ulteriormente i due livelli: in azienda si deve prevedere il negoziato sulla produttività, mentre nel contratto nazionale quello sulla difesa del salario dall’inflazione e la definizione delle normative. A differenza del centrodestra non condividiamo l’idea di favorire la contrattazione individuale che esporrebbe i lavoratori al massimo livello di arbitrio, soprattutto nell’attuale situazione di crisi. Un fattore di incentivo allo sviluppo ed alla occupazione è certamente rappresentato dalla diminuzione del costo del lavoro: parte prevalente delle nuove risorse che il Governo sarà in grado di reperire vengano indirizzate per la riduzione del cuneo fiscale. Sarebbe invece sbagliato immobilizzarle nel salario di produttività in una fase di crisi che vede l’assenza di contrattazione aziendale. È necessario abbandonare le posizioni di bandiera e concentrarsi sulle esigenze reali dei lavoratori: prima fra tutte quella dell’aumento del potere d’acquisto delle retribuzioni attraverso la diminuzione della pressione fiscale sulle buste paga.