Per la sinistra, la parola “rivoluzione” ha avuto, per lungo tempo, il sapore della speranza. La rivoluzione socialista: una prospettiva di giustizia, equità, fratellanza, benessere comune. Quella speranza che si specchiò nei rivoluzionari cubani – guidati da Fidel Castro – che rovesciarono la dittatura corrotta di Batista. Quel moto doveva condurre il popolo di quella splendente isola dei Caraibi a prendere in mano il proprio destino. Lì, in quel mondo, sarebbe nata una società più giusta. Destarono apprensione i tentativi scomposti di restaurare con la violenza lo status quo precedente, a partire dal disastroso sbarco alla baia dei Porci guidato dalla CIA. Aggressioni che contribuirono a schierare Cuba con l’Unione Sovietica. Ma quella speranza fu rinsaldata dalla nascita di uno Stato sociale universale e dalla diffusione dell’istruzione per tutti prodotte dalla rivoluzione. E grande divenne la simpatia per quel popolo che pagava con il pesante prezzo dell’isolamento la propria emancipazione.
Il tempo mostrò anche, con inclemenza, il prezzo che i cubani hanno dovuto pagare alla rivoluzione: la libertà. Non si è potuto chiudere gli occhi davanti alla repressione del dissenso, alla negazione della libera espressione e della azione politica.
Anche per questo, la strada del riformismo – di un riformismo forte e radicale -, imboccata senza rinunciare a un briciolo di tensione verso la giustizia sociale e l’equità, è stata per me, come per tanti altri, una scelta inevitabile.
Tanti anni più tardi, un riformista coraggioso come Barak Obama ha avviato il processo per chiudere l’iniqua stagione dell’isolamento del popolo di Cuba. Su questo percorso grava, oggi, l’ombra del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Oggi, congedandoci dall’ultimo rivoluzionario del 900, guardiamo con la simpatia di sempre al popolo di Cuba. Domani, ci auguriamo, un popolo libero, democratico e prospero che non abbandoni la scelta dell’uguaglianza.





