Thyssen: molta delusione da sentenza, ma confidiamo in Cassazione

La sentenza Thyssen Kupp sta creando molta delusione. Ci trovavamo di fronte, nel primo grado, ad un atto esemplare che aveva rimesso al centro il tema della responsabilità dell’imprenditore, della prevenzione e della esigenza di tutelare l’integrità psicofisica dei lavoratori. La nuova sentenza rappresenta, invece, una battuta d’arresto. noi abbiamo, come sempre, piena fiducia e rispetto nell’opera della magistratura e ci auguriamo che in appello si possa ripristinare la decisione del primo grado. La strada che riguarda la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è ancora lunga: sarebbe intanto, per noi del Pd, opportuno dare attuazione alle deleghe della legge 81 rimaste lettera morta per responsabilità dei governi Berlusconi e Monti.


ThyssenKrupp, cinque anni dopo – Il mio messaggio al Convegno su Salute, Sicurezza e Pari Opportunità sul Lavoro svoltosi oggi a Torino

thyssen14g-48dcf79907106Ricordo, come fosse oggi, il giorno della strage alla ThyssenKrupp, cinque anni fa. E ricordo il grande dolore che ho provato. Dopo una vita passata a contatto con la fabbrica, con i lavoratori, mi sono sentito personalmente colpito.

Ero ministro del Lavoro, allora, e in quella veste avevo un dovere in più. Il dovere, dopo aver portato la solidarietà alle famiglie delle vittime, di operare affinché tragedie così non potessero accadere mai più. Un compito difficile in un paese in cui il tema della sicurezza è sempre evocato ma è assai poco praticato.

Allora avevamo da poco approvato la legge “123” nella quale venivano individuati i criteri di delega della riforma sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, ma che conteneva anche una parte di norme di immediata applicazione dirette ad incidere da subito sugli ambienti di lavoro, perché ci eravamo resi conto dell’urgenza con la quale bisognava cominciare ad incidere.

Il mio impegno, in una situazione politica difficilissima che avrebbe di lì a non molto portato alla caduta del governo Prodi e a elezioni anticipate, fu quello di varare in tempo utile anche il decreto legislativo che avrebbe consentito a quelle norme di diventare pienamente operative.

Ad aprile del 2008, in piena crisi di governo, abbiamo consegnato al paese un complesso normativo tra i più completi e incisivi d’Europa, un intervento legislativo moderno ed adeguato alla gravità del problema e all’attuale organizzazione del lavoro.

Le cose, poi, hanno preso una piega diversa. Il governo Berlusconi ha operato in modo da ridurre le tutele allora introdotte. Le spese per la sicurezza sono tornate a essere viste come un costo da contenere il più possibile in nome della competitività, anziché come un investimento doveroso e utile.

Ancora oggi, seppur in miglioramento rispetto al passato – anche in conseguenza della grave crisi economica e occupazionale – i dati evidenziati dall’Inail nell’ultimo rapporto dipingono un quadro preoccupante. Le morti causate dagli incidenti sul lavoro sono passate da 973 del 2010 a 920 nello scorso anno e 725mila sono stati gli infortuni denunciati, per un calo del 6,6% rispetto ai 776mila del 2010. In generale, dunque, rispetto al 2010 si sono verificati 51mila infortuni in meno e da due anni il numero dei decessi rimane ben al di sotto dei mille casi. Ma tali dati sono ancora inaccettabili.

Non dobbiamo abbassare la guardia e occorre continuare la battaglia in difesa della sicurezza. In questo senso è positivo l’impegno assunto dal ministro del Lavoro Fornero, in occasione dell’ultima giornata nazionale dell’Anmil per le vittime degli incidenti sul lavoro, di completare entro la legislatura l’attuazione del Testo Unico sulla sicurezza.

Occorre però anche intervenire sulle modifiche peggiorative rispetto al decreto 81, introdotte dalle norme successive, e definire nuove linee di intervento che innovino ulteriormente rispetto a quanto già prodotto, anche in materia di semplificazione, senza che ciò produca un abbassamento delle tutele.

L’obiettivo di tutti – governo, politica, parti sociali – deve essere quello di estendere a ciascun lavoratore, in qualunque unità produttiva operi, le misure di prevenzione necessarie, che devono essere calibrate in base alla pericolosità delle lavorazioni eseguite.

Su questo fronte ogni resistenza deve essere superata. E’ un obbligo morale che tutti noi abbiamo anche nei confronti dei sette operai morti alla Thyssen.





Sicurezza sul lavoro: è una questione di civiltà. Né di destra né di sinistra.

aula-montecitorio“E’ un problema che riguarda la coscienza di ogni essere umano – ha detto Fini – una quotidiana emergenza” che deve trovare tutti “concordi nella volontà di risolvere”. Secondo il presidente della Camera troppo spesso si dimentica il valore del primo articolo della Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro, “l’art 1 non è retorico” ha detto Fini “è necessario ridurre il rischio potenziale non solo con le norme ma con la verifica puntuale e continua della loro applicazione. Non ci può essere nessuna attenuante” ha sottolineato Fini “e la reazione deve essere adeguata”. Fondamentale secondo il Presidente della Camera è “non lasciare sole le famiglie” e ricordarsi che ci sono anche “incidenti ad esito non mortale” che però creano un numero molto alto di invalidi. Di tutela per i lavoratori ha parlato anche il ministro del lavoro del governo ombra del Pd Cesare Damiano, in un intervento fuori programma. Damiano ha iniziato ringraziando “il presidente Fini per la sensibilità che dimostra” nel lasciargli al parola e ha sottolineato la necessità di “preparare un terreno culturale” che aiuti a combattere davvero il dramma delle morti sul lavoro. “Parliamo ai nostri figli – ha detto Damiano – che oggi incontrano spesso discontinuità nel lavoro, lavoro nero, e noi dobbiamo prepararli” ha detto augurandosi “che la legge delega sui lavori usuranti diventi presto legge”. “E’ una questione di civiltà” ha detto Damiano, sottolineando che quella per la sicurezza sul lavoro “è una battaglia né di destra né di sinistra”.  


Caparezza aderisce alla Carovana per il lavoro sicuro

foto-caparezza-1Voglio pubblicare qui sul mio blog l’intervista che il cantante Caparezza ha rilasciato a Stefano Corradino per il sito di Articolo 21. E’ anche un modo per ringraziarlo di aver aderito alla Carovana per il Lavoro sicuro, della quale, ho scoperto, esiste anche una pagina su Facebook.

Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo Paese, dove quei furbi che fanno le imprese, no, non badano a spese… Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica. Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia, in quella bolgia si accoppa chi sgobba; e chi non sgobba si compra la roba e si sfonda, finché non ingombra la tomba…” Sono i versi di “Vieni a ballare in Puglia”, il brano del noto cantante pugliese Caparezza, al secolo Michele Salvemini. Una forte denuncia contro il dramma delle morti bianche e lo sfruttamento del lavoro.  Ieri l’ennesima tragedia: in Emilia, esplode un’azienda di gomma: perdono la vita due persone, sei feriti lievi. Poteva essere una strage di proporzioni ben più elevate. In serata una storica sentenza: accusati i sei manager della Thyssen Krupp, imputati per l’incidente nello stabilimento di Torino in cui morirono 7 operai. “Se – afferma Caparezza ad Articolo21 – io fossi il proprietario di uno stabilimento in cui muoiono i miei operai o le persone che abitano vicino alla mia fabbrica non dormirei certo sonni tranquilli”.

“Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica” recita un verso della tua canzone. Molto esplicito…
Sì, ma c’è anche chi ha frainteso quei versi  e non so se lo ha fatto con un secondo fine. In ogni caso è un argomento che mi sta molto a cuore.

Tuo padre è stato un operaio
Sì ma non penso dipenda solo da questo. E’ un tema che mi tocca. Credo che fare l’operaio non sia un’ambizione ma qualcosa da fare per campare. E allora, quando ciò che già di per se è un sacrificio, viene reso un inferno, diventa ancora più paradossale ricordarsi che in Italia c’è un articolo della Costituzione, il primo…

Quando si è cominciato a parlare più nel dettaglio di sicurezza sul lavoro tu avevi già scritto questa canzone
Sì, ma non si tratta di doti di chiaroveggenza… L’ho scritta come la maggior parte di quelle che compongo, documentandomi. Alcune cose sono nell’aria. E le morti bianche hanno radici storiche. Negli anni settanta è stata fatta carne da macello in molte fabbriche italiane e in quasi tutte chi aveva responsabilità è rimasto impunito. In Puglia ci sono due grossi stabilimenti tristemente noti per queste vicende, il petrolchimico e siderurgico di Taranto e di Brindisi. Quello che è successo lì lo so anche grazie alle parole ancora piene di angoscia dei familiari delle vittime. Ma il problema non è solo loro.

E di chi?
Dei tanti che direttamente o indirettamente sono coinvolti. E delle ripercussioni. Sulla salute, ma anche dal punto di vista sociale ed economico. Penso alla provincia di Taranto e alle emissioni di diossina che, tra l ‘altro, hanno distrutto centinanti di capi di bestiame mettendo in ginocchio numerose famiglie di lavoratori. Le persone scuotono la testa, e si chiedono che cosa possono fare. Non si può far finta di niente ma questa sembra l’abitudine e l’indifferenza è forse la cosa che più mi innervosisce.

C’è una sua canzone dal titolo “Fuori dal tunnel” che condanna proprio l’imperturbabilità della gente, dei giovani soprattutto, di fronte a quello che accade loro intorno. Sono passati quattro anni da quando l’hai scritta. E’ cambiato qualcosa?
Ho la fortuna oggi di incontrare molti ragazzi attivi ed impegnati, ad esempio sul piano dell’ambiente. Ma non è, ahimè, lo specchio dell’Italia. La verità è che noi confondiamo il concetto di “ben-essere” con quello di “ben-apparire”. Sono due cose piuttosto diverse… In ogni caso sono ancora ottimista e mi rincuora vedere molti giovani non hanno perso la speranza e la volontà di mostrare la loro indignazione sulle tragedie del lavoro e su altre forme di ingiustizia. Certo l’informazione non li aiuta.

Per quale motivo?
Forse non fa audience. Certo è che per farsi un’idea di quello che succede intorno a noi bisogna andare al cinema. Se ad esempio vuoi saperne di più delle speculazioni sulle discariche devi vederti il documentario “Biutiful country”. Difficilmente riesci a farti un’idea di quello che succede nel mondo attraverso le emittenti televisive principali. E invece è di queste informazioni che i canali dovrebbero bombardarci piuttosto che con i pareri sui tradimenti tra uomo e donna.

E allora hai scelto di utilizzare la musica come denuncia sociale. L’arte supplisce ai limiti dell’informazione?
Non ho mai pensato di fare musica per divulgare certi temi. Sono temi che io sento vicini. E allora capita spesso che la mia indignazione si trasforma in una canzone. Penso che una canzone, forse più di una notizia, sia “infettante” e possa servire. Entri in un bar o la ascolti in radio. La canzone ti resta in testa ed è contagiosa… E può diventare un veicolo di informazione.

Nel tuo ultimo disco c’è un pezzo che si intitola “Bonobo Power”. Descrivi il Bonobo come una scimmia che vive in comunità estremamente pacifiche in cui tutti hanno pari diritti e dignità, che non sa cosa sia la competizione e condivide le risorse con tutti in maniera equa. Se Provassimo ad affidare ai Bonobo il controllo dell’informazione?
Potrebbe essere un’idea… Ma in fondo no, forse basterebbe essere solo un po’ più critici. Non prendere tutto per oro colato ma andarsi a cercare l’informazione. Scavando nelle notizie. Come ai tempi del fascismo quando l’informazione non circolava. Più si conosce e più cresce la possibilità di restare vigili e svegli.